• Roberto Rizzoli “Suite chimica” 12.04.2011

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ROBERTO RIZZOLI

“SUITE CHIMICA”

a cura di Nicola Dusi

Piccole pitture da rimettere in circolo, come le riduzioni da portarsi in viaggio, in valigia, alla maniera di Duchamp. Leggere, potenti, veloci: una “Suite Chimica”. Fare arte in forma di rivisitazione, o meglio di autoremix. Il lavoro di Rizzoli è consono, a modo suo, all’epoca postmediale contemporanea, nella quale tutto ciò che è stato prodotto e tutto ciò che è stato visto ritorna in forme nuove. Non è, però, citazione nostalgica o ironica, non è plagio, bensì riappropriazione e trasformazione a partire dall’esperienza e dalle proprie, personalissime, pratiche. Vengono in mente le forme di “braconnage” descritte da De Certeau per reinterpretare e riscrivere le forme autoritarie, l’istituzione stessa dell’Autore. Rizzoli fa bracconaggio di se stesso, ripescando nell’archivio delle proprie opere le più significative del suo percorso artistico quarantennale, e scegliendo quei lavori che per lui riassumono al contempo sfida tecnica e ricerca estetica.

Rizzoli non fa un semplice “autoremake”, non “copia” i suoi lavori aggiornando il tema. La ripetizione, o meglio il rifacimento, qui non è alla ricerca di un’estetica del déjà vu. Si tratta invece di una trasformazione che pretende di azzerare le differenze, materiali e temporali, in una nuova coerenza delle materie e della tecnica. Una ricerca di una unità stilistica – una “Suite” appunto – che propone un esercizio di reinterpretazione controllata. Le opere presentate in questa mostra rileggono infatti quelle del passato tanto nel contenuto che nell’espressione: se fossimo nel mondo della musica pop, lo chiameremmo un remix. Ma attenzione: è tutto nuovo! E, come ogni esercizio lungamente meditato, non ha bisogno in realtà di guardare indietro: si regge benissimo da sé. Rizzoli lancia una sfida a ripensare i suoi lavori attraverso due costrizioni, due regole del gioco. La prima è tecnica, e ha il sapore della maestria: il quadro deve sorgere da un gesto unico, un atto preciso e rapido, nell’istantaneità. Di fronte a questi piccoli dipinti, che ripensano in modo “tascabile” opere all’origine di maestose proporzioni, vengono alla mente alcune parole chiave di Italo Calvino, proposte per il millennio che stiamo vivendo: precisione, rapidità, leggerezza. Dipingere, per Rizzoli, è ormai come il gesto pulito e silenzioso del tiro con l’arco nella filosofia Zen.

La seconda regola del gioco è la rarefazione. L’esercizio di Rizzoli è una rilettura per sottrazione, che cerca una nuova sintesi e coglie l’essenziale. Il variegato mondo sperimentato nelle sue opere precedenti, dalle ampie fotografie monocromatiche degli anni Settanta, alla pittura-graffiatura di gesso e acrilico degli anni Ottanta, alle successive Cattedrali, vere architetture fatte di pieni e vuoti diventano qui miniatura in bianco e nero, pulizia formale, ricerca di un significato più astratto o, a volte, più immediato.

Sorprende la ricerca di una composizione trattenuta in un’unica altezza di supporto di 35 centimetri, come si trattasse di schizzi o di appunti di una memoria che procede per flash, per sprazzi di luce improvvisa. Rizzoli ritrova così il mondo fotografico della ripresa istantanea, fatto diventare ora metodo gestuale, pratica di selezione nelle proprie ossessioni figurative, ed esercizio di concentrazione. Se “soltanto l’esperienza che si è tradotta in un sistema di segni entra a far parte della memoria culturale” (Lotman), l’opera nascosta, collezionata e archiviata, di Roberto Rizzoli, torna qui a vivere in una forma nuova e si realizza in nuove materie, dà vita a nuove esperienze.

Un lavoro come quello che presentiamo, che ripercorre più cicli di opere e di ricerche tecniche e stilistiche con l’accuratezza di una memoria appassionata, non è solo la conferma di una identità artistica forte, capace di “fare piazza pulita di tutto”, come dice lo stesso Rizzoli, per cercare l’essenziale. Non si tratta, o almeno non solo, di riconoscere figure e di inseguire forme, ma di entrare nel gesto pittorico e ritrovare il piacere estetico dell’attenzione e dell’attesa. Nessuna mistica della rivelazione, però, piuttosto un accenno di armonie, un baluginio di ritmi, legati dal timbro sobrio della maturità. Preciso, rapido, leggero.

Una Suite, dunque, come composizione organizzata di una temporalità che è ritmo, scansione di vuoti e di pieni, ma è anche percorso di vita, traccia autobiografica. Traccia Chimica, in senso tecnico: la tecnica della pittura, oppure, più anticamente, in senso alchemico: vale a dire ricerca dell’essenza (dell’essenziale) e trasformazione (segreta) dei materiali, tra materia e memoria, in altro da sé.

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