• Marè “Flows out” 08.10.2011

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“flows out”

il guscio vuoto. la mente nuova dell’imperatore. pensierose intuizioni, fulminei stati di coscienza.
“non isprezzare questo mio parere, nel quale ti si ricorda che non ti sia grave il fermarti alcuna volta
a vedere nelle macchie dè muri, o nella cenere del fuoco, o nuvoli o fanghi, od altri simili luoghi, nè
quali, se ben saranno da te considerati, tu troverai invenzioni mirabilissime, che destano l’ingegno
del pittore a nuove invenzioni sì di componimenti di battaglie, d’animali e d’uomini, come di vari
componimenti di paesi e di cose mostruose, come di diavoli e simili cose, perchè saranno causa
di farti onore; perchè nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni. ma fa prima di sapere
ben fare tutte le membra di quelle cose che vuoi figurare, così le membra degli animali come le membra
de’ paesi, cioè sassi, piante e simili”
Leonardo da vinci.
rigore chimerico.
la luce sospesa. sospesa. sottesa. sottilmente adagio. andare adagio. il tizzone adagiato.
richard wagner , il crepuscolo degli dei.
la collimazione. la smaterializzazione. la luce e le sue istanze. la suddivisione. la svolta.
“l’incontro con l’altro può non soverchiare, non esigere l’immolazione o punizione d’una delle parti, pur
ispirando una certa misura di sgomento” , uscite dal mondo di elémire zolla.
la sinfonia. le sincopi. il leggero delle pause. lo spazio riempitivo tra una pausa e l’altra. la risposta del silenzio. la.
la corrispondenza delle istanze. l’accartocciare l’idea.
i percorsi dell’astrazione. astrazione. scala figurale.
il gesto solco invade l’ambiente e varca la soglia. il tratto che fluisce nervoso.
per una chiara pulizia visiva e gestuale.

Marè

“flows out”
a cura di roberto pace

Un numero infinito di significati contradittori si riversa a forza nelle nostre anime rilanciato dalle immagini che ci circondano fisicamente da tutti i lati, e questo perché quelle immagini hanno colonizzato anche le cose che usiamo tutti i giorni prendendo il posto dei materiali che le compongono, oggetti d’uso, architetture e l’intero territorio in cui siamo chiamati incessantemente a rapportarci non più con l’uso puro e semplice, quello che asseconda la loro funzione, ma invece con tutta la nostra sensibilità, con la nostra memoria, con i sentimenti e ancora soprattutto con un’aggiunta ulteriore di immaginazione da questa immersione scatenata, perché l’immagine é sempre rappresentazione e la rappresentazione racconta storie e le storie girano vorticosamente nella mente ed impediscono agli occhi di vedere; parliamo della condizione di una chiamata coatta al significato annichilente, e di una sfida d’ opposizione a questo che impegnerà sempre di più gli artisti visivi.

Sopratutto loro, e lo sottolineo, perché l’immagine ha sempre avuto due poli, quello che prevedeva un distacco assoluto, ed è dell’occhio dell’artista che osserva “dall’altra parte” il soggetto della sua opera e nel profondo respinge altri coinvolgimenti che non siano quelli dello sforzo rappresentativo, questo è il lato dell’autore, dall’altro e con un completo capovolgimento di fronte, il lato delle “potenzialità” dell’immagine, l’aspetto comunicativo, diremo oggi, ma in passato “sacro” o “demoniaco”, la capacità di incantare o terrorizzare le folle o semplicemente quella di solleticare la vanità di potenti e committenti o d’essere veicolo di scopi utilitaristici.

Anche ora questa capacità di incorporare e rilanciare significati e messaggi dell’immagine, il poter essere politica o poetica, il poter dire questo o quello, narrare storie, veicolare senso è centrale nella società e rivendicato spesso dal suo autore ma sempre risulta, è questa la mia opinione, qualcosa che viene dall’esterno, nei casi estremi come coercizione o mercato, comunemente con un ventaglio di motivazioni o giustificazioni che poco hanno a che vedere con il reale status di un’opera, col perchè sia fondamentale il suo esserci.

Questa premessa per arrivare alla pittura e a questa mostra di pittura di Maré.

Di tutte le persone che lavorano nell’arte credo siano i pittori quelli costretti paradossalmente a una risposta non solo creativa ( da attuarsi cioè nei limiti del proprio linguaggio ), comunque interna necessariamente a questa creatività spettacolarizzata che è l’unica attendibile oggi, gli unici obbligati e in grado di attuare una pausa, quelli che in piena corsa debbano avere la freddezza di frenare per ritrovare la possibilità di lanciarsi nuovamente il più lontano possibile, individuare un’altra dinamica che esca da quelle a ciclo chiuso disponibili oggi in questo presente senza futuro.

Nella mostra di Marè, accompagnata da un testo che cita Leonardo, Wagner, Zolla e che isola parole dense, cadenzate sfruttando una serrata punteggiatura, la tensione dei significati e l’insorgenza del significante, trovano in una apparente gestualità, incorniciata dalla frontalità delle carte e dalla messa a terra dei sacchi di juta, il punto di fuga da inserire nello scenario che ho poco fa delineato; l’installazione proposta articola lo snodo dei temi messi in campo, la visione che ne risulta attua una pausa contenente il suo rilancio.

Premettiamo che la pittura si trova ora in un vuoto stilistico ( non è un difetto), una qualità che si è guadagnata sul campo da quando, con le avanguardie, il problema di “vedere” non ha trovato più conforto in quello che trovava di fronte a sé, neppure allungando lo sguardo verso un panorama esotico; lo stare per principio avanti ha permeato da allora la condizione standard del creatore ed adesso quando lo stile è visibile solo nel design che ha invaso ogni aspetto del reale ed anche, nella sua versione trash, viene usato nell’arte contemporanea che ha abbandonato i quattro lati della tela per sgomitare nel reale, troviamo solo nella pittura che questa impraticabilità linguistica, scartata ogni soluzione formalistica, può tornare al suo stato seminale, in condizione di rinascita.

I lavori messi in mostra da Marè ipotizzano un distacco dalla storia della pittura ( come arriviamo a qualcosa?) diverso da quello che sembrerebbe derivare dalle ascendenze immediate visibili nella loro fattura, influenze da quella pittura informale che per prima aveva previsto il trasformarsi della forma in design e poi del design in spazzatura visiva chic, che collocata solitamente all’interno di una crisi in realtà poneva un problema di ridefinizione della rappresentazione che mandò in pensione la pittura astratta classica ed a sua volta è diventata la miniera da cui estrarre (non astrarre) dei principi di articolazione formale rinnovati.

Gesto, materia e testo, quello che vediamo essere componenti del lavoro di Marè, sono dei posizionamenti formali che nulla hanno a che vedere con ascendenze stilistiche storicizzate ma neanche sono un revival generazionale.

Voglio allora proporne una lettura che, in modo spericolato, abbandoni da subito l’analisi formale e finanche il genere di lettura più proficuo e credo più deleterio oggi praticato, quel discorso che ha soppiantato anche qualsivoglia testo poetico usato comunemente nelle presentazioni Italiane, e finanche quel principio di creazione del senso, d’uso internazionale, che ha appreso tutte le sue abilità dal marketing, parlo dunque non di una modalità in sé ma della semplice constatazione che qualsiasi cosa detta su qualsiasi manufatto si rivela esatta perché questo mondo immagine, già di per sé commento a sé stesso, ci influenza tutti.

Nel riflesso infinito creato da due immagini che si specchiano, quella dell’oggetto e quella del commento, c’è sempre un momento in cui il senso coincide, e quel momento dà senso continuativo a tutto il resto, ne giustifica la pertinenza.

Gesto, materia e testo, allora, dobbiamo non “vederli”(interpretarli) ma metterci nella condizione di “rivederli” ( di annullare l’interpretazione), dobbiamo considerare il lavoro del pittore non più un percorso, il che implica se non una coerenza lineare almeno una motivazione superiore che lega il tutto, ma una ipotesi, l’articolazione di qualcosa che non può verificarsi né nella fase di concezione, né in quella esecutiva e successiva ad ogni aggiunta, che non possa valutare comunque la compiutezza di quello che si sta facendo, perché il suo scopo si vedrà se resisterà all’uso, alla prova del senso.

Il fare artistico, in questa fase storica ed è la mia più profonda convinzione, è in mezzo al guado, tra iperattività insensata perché troppo ricca di rimandi e possibilità di una quadratura,di una razionalità, della possibilità di aggiungersi al mondo senza intasarlo ma con mano ferma rinnovarne la percezione, con tutto ciò ne consegue.

Lavorare su una ipotesi fattasi tecnica, su una pratica che non consegue certezze e teorie a gestione immediata, riporta la creazione ad essere nastro di partenza nel suo stesso farsi.

In queste opere che vedete qui si deve sentire il FLOWS OUT, lo scorrimento, il fluttuare, non nelle valenze suggerite incoscientemente dalla ricca, sensibile, impercettibilmente occultata trama segnica e spavaldamente raddoppiate nella stratificazione filosofico/poetica del testo, ma occorre invece lasciarsi scorrere su gesto, materia e testo, sfruttarne la levigatezza risultato del troppo uso storico, che non consumando del tutto i significati che vi si sono attaccati, ma rendendone sempre più lisce, lucenti e sdrucciolevoli le pretese ci permette di usarli come trampolino, finestre aperte per cadere fuori.

La bellezza che si ritrova in questi “quadri” è questa lucentezza, il bagliore del liso, non bisogna confondersi e anteporre il fascino a quello che queste visioni ci impongono, l’abbandono ad un tempo/spazio non quantificabile che ci separa dal Junkspace esterno per semplificarci.

Finisco senza aver volutamente parlato delle opere in mostra ed in questo mi sento di avere adempiuto ad un compito primario, suggerire uno spazio di attenzione ottenuto sottraendo significato in forma spendibile per gli astanti, riportando ognuna delle opere allo stato che gli spetta, quello di di partenza e non di traguardo.

Roberto Pace 2011

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