Christina Thwaites “Postmen in East Hull” 08.02.2012

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Missive dal passato: Christina Thwaites e Postmen in East Hull

Dichiarare di conoscere i propri antenati necessita di un inganno che porti conforto: è in questa prospettiva che Christina Thwaites presenta ‘Postmen in East Hull’ (2012) un dipinto del suo bis-bisnonno, un postino che lavorava nel nord d’Inghilterra agli inizi del ventesimo secolo. Delle foto, qualche ricordo sfuso. Cimeli militari, vecchi francobolli , perlopiù privi di valore se non affettivo: questo è il retaggio dei nostri predecessori. Tuttavia persino queste poche fotografie ed oggetti, come una fotografia del matrimonio dei nonni, o i residui di una collezione di monete, contribuiscono a mettere insieme la propria preistoria. Vaghi racconti servono a riempire parzialmente lacune storiche. Storie tramandate per generazioni. Persino quando una storia può essere verificata chiedendo a qualcuno coinvolto i dubbi persistono sull’accuratezza del racconto, poiché la memoria annebbia ed abbellisce la realtà. Nell’esplorare la propria genealogia, la Thwaites prende una foto – oramai un oggetto arcaico – e la interpreta in un dipinto. Questa rilettura dell’esperienza non mira ad una perfetta reinterpretazione visuale della fotografia. Piuttosto, l’artista esplora la fisicità del dipinto, che permette una perdita di controllo  portando a “incidenti” di percorso e risultati inattesi. L’artista parla dei volti familiari che vede nelle fotografie dei suo antenati, dando l’impressione di attraversare la sua effimera  esperienza, anche se le fotografie da sole parlano dell’inevitabile trascorrere del tempo e delle vite successive. E’ attraverso un misto di riflessione, interazione fisica con il dipinto ed osservazione dei dettagli, dei vestiti, dei manierismi che la Thwaites evoca un inganno che è al cuore dell’arte: la capacità di designare “questa” o “quella” cosa come meritevoli di attenzione. Manichini innocui, uomini travestiti, ragazzi armati, bambini urlanti, capre e bambole appese… queste sono le cose che saltano agli occhi e che chiedono di essere studiate con più attenzione. Qui in Postmen in East Hull  il caso, insieme ad una manipolazione libera del colore, contribuisce ad una realtà eterea, che insieme alla materialità del lavoro, riportano chi guarda alla realtà del dipinto, un manufatto,  qualcosa di incapace di trascendere il gap storico tra il presente ed il passato. I postini sono dimenticati, le lettere che hanno consegnato restano, perlopiù, nel suolo assieme a loro. L’artista non ha altra possibilità che rimettersi nuovamente al lavoro. Un perpetuo coinvolgimento fisico che lascerà nuove tracce.

Mike Watson gennaio 2012

To claim to know one’s ancestors requires a deception which brings comfort: It is in this light that Christina Thwaites presents ‘Postmen in East Hull’ (2012) a painting of her Great-Great Grandfather, a post master who worked in the north of England in the early 20th Century. A few photos, some scattered mementos. Army memorabilia, old stamps – often worthless, aside from a sentimental value: these are the sum of our predecessors. Although even these few pictures and objects, such as a photograph of a long deceased grandparent’s wedding, or the remains of a coin collection, do little to piece together one’s prehistory. Vague accounts serve to loosely fill the huge gaps. Stories passed down over generations. Even where a story can be verified by asking someone involved, doubt persists as to the factual accuracy of the account, as memory fogs and embellishes reality. In exploring her own genealogy, Thwaites takes a photograph – by now an archaic object in itself  – and interprets it in paint. This recasting of experience is not aimed at a perfect visual re-interpretation of a photograph. Rather, the artist explores the physicality of painting, which allows for a loss of control, leading to accidents and unexpected results.  The artist speaks of the familiar faces she sees in the pictures of her forebears, giving a sense of traversing her finite experience – even if the pictures themselves speak of an inevitable passing of time, and of successive lives. It is through a mixture of reflection, physical interaction with paint, and observation – of the details, the clothing, the mannerisms – that Thwaites conjures a deception which is at art’s core: the ability to designate this or that ‘thing’ as worthy of attention.  Armless mannequins, men in dresses, boys with guns, screaming babies, goats and hanging dolls… these are things which jump out and ask to be studied more closely. Here, in Postmen in East Hull the element of chance, together with a loose handling of paint, contributes an ethereality, which alongside the materiality of the work, returns the viewer to the reality of it being a painting, something made, something ultimately incapable of transcending the historical gap between now and the past. The postmen are forgotten, the letters they delivered rest, in large, in the soil with them.  The artist is left with no option but to set to work again. A perpetual physical involvement leaving new traces.

Mike Watson January 2012

 

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